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February 10 Chi ha il potere di dire 'basta'?
Non spetta a me dire cosa è giusto. Non ci sono motivi per vedermi attribuita la facoltà di dare dei giudizi, di sindacare le azioni e i sentimenti altrui. Non è quello che farò. Il mio sarà uno sfogo, per tirare fuori tutto quello che dentro di me punge come un ago. Poche lacrime, ma intense. Versate spontaneamente, durante una chiacchierata al telefono.. una delle tante. Pochi minuti sono bastati a farmi singhiozzare quello che pensavo. Ad essere sincera, non so nemmeno perché mi sento così. Forse perché, in una società sempre più interconnessa, siamo continuamente messi in contatto con ciò che accade al di fuori della nostra sfera privata. Alcuni eventi si trasformano nel nostro cibo quotidiano. L’elevato grado di mediatizzazione arriva a coinvolgerci nelle vicende di altri, a noi sconosciuti. Ci rende partecipi dei loro drammi, delle loro scelte, del loro dolore. E ci invita a riflettere. A farci entrare in contatto con gli aspetti più intimi e privati che nascondiamo dentro. Ad interrogarli, esplorarli, sviscerarli. Il tutto per cercare di capire quali sono le effettive considerazioni che siamo in grado di trarre da ciò che ci accade intorno. Cosa ci sentiamo di affermare; quanta sicurezza abbiamo nel credere in qualcosa che ci appartiene da sempre. Sono queste le premesse delle emozioni che avverto. Premesse obbligate, anche abbastanza razionali. Tutto il resto che sto per scrivere non so a quali criteri possa obbedire. Non so che grado di condivisibilità possa incontrare. E non intendo imporre il mio pensiero come assoluto e imprescindibile. Resta solo e soltanto il mio pensiero, frutto di una sensibilità fortissima a vicende così drammatiche. ‘Eluana Englaro è morta’. Ieri sera ho acceso la tv e mi sono trovata di fronte questa frase, associata all’immagine di una ragazza sorridente. Un volto noto, ormai. Conosciuto attraverso polemiche e dibattiti. Lotte serrate attraverso le quali si sono scontrate fazioni contrapposte. 17 anni di ‘stato vegetativo permanente’. Un calvario. Un percorso insopportabile da sostenere agli occhi di chi ha messo al mondo un figlio. Una vita data alla luce che si è ‘addormentata’, e per 17 lunghi anni non ha accennato la minima possibilità di un risveglio. Uno strazio inconcepibile ai nostri occhi, estranei alla vicenda; di sicuro condivisibile. Inevitabile. ‘Una vita così non è degna di essere considerata vita’. In una situazione del genere è impossibile non lasciarsi andare a considerazioni di questo tipo. Non biasimo. Non giudico. Ma mi leggo dentro. E ritrovo nella mia irrequietezza, nella mia confusione.. un briciolo di tranquillità. Quanto basta per sussurrare a me stessa: ‘chi è che decide cosa è vita e cosa no?’. Sulla base di ciò che vedo, di ciò che è stato e che ora non è più, posso convincermi (personalmente) che non sia vita, una vita vissuta così. Ma pur nella totale immobilità, nella completa assenza di gesti e sorrisi, non posso essere io a cancellarla quella vita. Non io a decidere che sia giunto il momento di dire la parola ‘fine’. C’è un cuore che batte, ci sono polmoni che respirano autonomamente, ci sono occhi che guardano. Ed io questo, nonostante tutto, non sono in grado di ignorarlo. E’ qualcosa di troppo lontano da me, dai miei pensieri più estremi. Sarà dovuto alla fede profonda che ho coltivato nel tempo e visto crescere ad ogni passo dentro di me. E forse non dovrei soffermarmi su questo, perché rischierei di ostentare qualcosa che non merita di essere ostentato a parole. Ma di sicuro è un elemento che gioca per me un ruolo decisivo in questo momento. E’ la luce che aiuta i miei passi ad orientarsi nel buio, che spinge la mia mente più in là dei netti ‘confini’ che ciascuno crede di dare alla vita. E’ la speranza che sorregge le mie membra, che alimenta le mie aspettative, che placa i miei timori. Quanto ho sperato che Eluana potesse risvegliarsi all’improvviso, magari proprio nel momento in cui si decideva di ‘dare inizio alla parola fine’. Un messaggio. Un monito. ‘Chi si sente di escludere che tutto questo, un domani, potesse avverarsi davvero?’. ‘Chi ha il potere di dire basta?’ Proprio perché non credo che possa finire tutto qui; proprio perché sento che, indipendentemente da me, ogni cosa può cambiare.. mi riconosco un essere piccolo e impotente. Incapace di decidere per gli altri. Soprattutto incapace di decidere come e quando gli altri debbano lasciarci. No.. non posso essere io, essere umano e fallibile, a stabilire quando una spina vada staccata. Quando un cuore che batte, dei polmoni che respirano autonomamente e due occhi grandi debbano spegnersi per sempre. February 07 Questioni aperte..
“Il riconoscere è qualcosa di diverso dal conoscere. Sebbene quest’ultimo sia il presupposto fondamentale del primo. Riconoscere vuol dire saper applicare le nozioni acquisite ad ogni singolo caso. Vuol dire essere scienziati dell’individuale”.
Direi che anche il rivivere è qualcosa di profondamente diverso dal vivere. Sebbene quest’ultimo sia il presupposto fondamentale del primo. Beh, spesso avverto come l’impressione di rivivere alcuni momenti. Il modo in cui il tempo scorre, la volontà di riempirlo di certe emozioni, cose, persone. Sono scene che si susseguono con una cadenza che a volte spiazza, altre rassicura. Spiazza se ci si accorge di diventare automatici nei gesti e nei pensieri; rassicura se si acquista familiarità con ciò che si ritiene giusto e doveroso, non stancandosi di inseguirlo. Il ‘rivivere’ è però qualcosa di intenso. Come quando si riconosce all’istante una musica già ascoltata. Le pause, le dinamiche, gli accenti. Il pentagramma è lì, ad ospitare composizioni già eseguite. Eppure, di volta in volta, occorre sapersi destreggiare. Si rivive sì, ma qualcosa nel frattempo sarà di sicuro cambiata. Fuori o dentro di sé. Gli eventi possono anche ripetersi uguali. Ma il tempo non si sarà di sicuro fermato all’ultima volta in cui quei dati eventi sono accaduti per la prima volta. “Tutto scorre”, diceva Eraclito. In effetti è così. Quella stessa composizione musicale, pur nell’esatta coincidenza delle note, risentirà delle storie di chi la esegue, della loro evoluzione nel tempo. Quali sono i cambiamenti avvenuti in me? Quali eventi hanno determinato l’evolversi della mia storia? Sono domande a cui devo dare risposte concise e immediate, altrimenti rischio di ‘perdermi’.. di non saper più rispondere. E se la regola generale vuole che il ‘come’ sia l’interrogativo più difficile, mi chiedo come questi eventi vissuti possano incidere sul mio rivivere. Mi sento più sicura, o forse più diffidente? Più capace di scovare i dubbi nelle apparenti certezze o più spregiudicata e insensibile? Questioni aperte.. .. e forse un po’ temo di risolverle.
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