Paola's profileSOGNI 'fuori' DAL CASSET...PhotosBlogListsMore Tools Help

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    December 30

    La solitudine dei numeri primi

     
    "I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell'infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi. Certe volte pensava che in quella sequenza ci fossero finiti per sbaglio, che vi fossero rimasti intrappolati come perline infilate in una collana. Altre volte, invece, sospettava che anche a loro sarebbe piaciuto essere come tutti, solo dei numeri qualunque, ma che per qualche motivo non ne fossero capaci. Il secondo pensiero lo sfiorava soprattutto di sera, nell'intrecciarsi caotico di immagini che precede il sonno, quando la mente è troppo debole per raccontarsi delle bugie.
    In un corso del primo anno Mattia aveva studiato che tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali.
    I matematici li chiamano primi gemelli: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perchè fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi davvero. Numeri come l'11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43. Se si ha la pazienza di andare avanti a contare, si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale, che il vero destino sia quello di rimanere soli.
    Poi, proprio quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatte in altri due gemelli, avvinghiati stretti l'uno all'altro. Tra i matematici è convinzione comune che per quanto si possa andare avanti, ve ne saranno sempre altri due, anche se nessuno può dire dove, finchè non li scopre.
    Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero.
    A lei non l'aveva mai detto. Quando immaginava di confessarle queste cose, il sottile strato di sudore sulle sue mani evaporava del tutto e per dieci minuti buoni non era più in grado di toccare nessun oggetto."
     
                                                                                                                       P.Giordano - La solitudine dei numeri primi
     
    December 25

    Tanti auguri di cuore

     
    Dopo un pò di anni, sono tornata alle vecchie abitudini.
    Piccoli gesti.. che regalano però grandi emozioni.
    Tante cose cambiano, nel tempo. Ma le tradizioni più forti e più sentite non svaniscono.
    Sono tradizioni a cui, di anno in anno, cerco di attribuire un significato ulteriore.
    Forte delle esperienze vissute, ma ancorata a ricordi dell'infanzia che non svaniranno mai.
    Continueranno ad alimentarsi, arricchirsi di particolari.
    E spero che dentro di me possa maturare una sensibilità sempre più forte.
    Si, perchè il Natale merita di essere vissuto con 'consapevole sensibilità'.
    Il suo significato più vero e più profondo è tutto da scoprire e da apprezzare.
    E' un mosaico ancora incompleto.. che attende trepidante di essere riempito.
    Non stanchiamoci di ricercare nuovi tasselli. Non fermiamoci alle prime cadute.
    C'è sempre abbastanza tempo per decidere di rialzarsi e rimettersi in cammino.
    E questo perchè c'è chi non si stanca di aspettare.
    Nasce ogni anno per noi.. e continua a regalarci tanto amore.
    Tanti auguri di cuore e un forte abbraccio a tutti voi
    Paola
     
    December 24

    Eppure sarebbe un invito da accettare..

     
    Sono trascorsi più di dieci giorni dal mio ultimo passaggio qui.
    I dieci giorni più lunghi che abbia mai vissuto.
    Sì, perchè eventi e impegni non sono mancati, accavallandosi e sovrapponendosi.
    E ad essi si è aggiunto uno stato d'animo altalenante, che ha fatto sentire i suoi effetti.
    Ho vissuto emozioni forti e contrastanti. Il mio cuore ha palpitato di continuo.. a ritmi frenetici.
    E ci sono stati momenti in cui mi sono riscoperta spaesata, disorientata. Incapace di capire quale direzione imboccare.
    In realtà, inconsciente anche riguardo alla 'meta' quotidiana da raggiungere.. arrivando così a tradire gli insegnamenti più forti finora ricevuti.
    Senza però stancarmi di trasmetterli agli altri, nel mio piccolo. E senza troppe pretese.
    Avanzando a fatica, ho cercato di portare avanti gli impegni presi e di ottemperare ai miei doveri.
    Il tutto, mentre dentro di me si agitava l'impossibile. Una tremenda tempesta da cui cercavo riparo.
    E' stato difficile, spossante.. e a tratti inverosimile.
    Le mie giornate interminabili mi hanno spinta a desiderare mille braccia, mille gambe. O quantomeno il dono dell'ubiquità.
    Anche solo per qualche istante.
    Eppure sapevo che non ne avrei tratto tutto questo vantaggio.
    Il vero problema restava quello di 'scomporre' ciò che mi portavo dentro. Sezionarlo, interpretarlo.
    Per poi ricomporlo, finalmente in grado di dare un nome a ciò che sentivo.
    E' questo, ancora oggi, il vero problema.
    Mi guardo intorno. I tanti evidenziatori sparsi sul tavolo sono quasi un monito. (Non solo a livello accademico!)
    E' come se mi spingessero ad evidenziare e mettere in luce tutto quello che merita di venir fuori..
    sottolineando con tratti più forti i 'passaggi' più importanti e gli aspetti da ricordare.
    Sono un invito a svelare le 'trame' nascoste e a valorizzare gli angoli più bui.
    Potrà apparire una trasposizione azzardata. Eppure sarebbe un invito da accettare..
    .. nell'attesa curiosa delle conseguenze, intenzionali e (ahimè) inintenzionali, che comporterà.
     
     
    December 13

    Tenerci per mano

     
    Ci siamo stretti forte.
    Abbiamo pianto insieme. Tenuto a bada a vicenda lacrime pesanti. Troppo pesanti per riuscire ad asciugare in fretta.
    Abbiamo più volte rivolto lo sguardo all'umile bara in legno chiaro.
    E poi ai suoi familiari, che imploravano la nostra presenza al loro fianco.
    Siamo entrati nella sua vita in modo strano. Ci siamo intrufolati all'improvviso nell'atmosfera più personale che lo circondava.
    Ma i nostri passi erano silenziosi. Avanzavamo a fatica. Chiedevamo permesso per entrare.
    Abbiamo avuto la forza di leggere ciò che per lui avevamo scritto.
    'Non è possibile non comunicare' afferma il primo assioma della comunicazione. E in effetti è vero. Non è possibile non farlo, soprattutto quando il 'comunicare' investe ambiti e persone che hanno lasciato impronte così importanti.
    Eravamo tutti uguali in quella piccola chiesa. Alunni, assistenti, professori.
    Gli sguardi che ci siamo rivolti a vicenda, le mani tese, gli abbracci commossi.. hanno annullato, per un giorno, la rigida distanza accademica. E ci hanno fatti sentire parte di un unico grande addio.
    Che poi per me è solo e soltanto un arrivederci. Perchè non può finire tutto qui.
    Sarebbe assurdo.
    Ho chiuso gli occhi per un attimo, estraniandomi da ciò che stava accadendo, e l'ho visto. Era anche lui seduto in un banco.
    Il cappotto verde, la lunga sciarpa rossa attorno al collo. Le gambe accavallate. La testa un pò sollevata, in segno di attenzione.
    Ascoltava curioso ciò che di lui si diceva. Con lo stesso sguardo compiaciuto e lo stesso sorriso abbozzato di sempre.
    Speravo di poter avere la conferma di quanto avevo solo immaginato. Ma, riaperti gli occhi, in quel banco non ho visto nessuno.
    E mi sono sentita terribilmente stupida.
    Entravo ed uscivo dalla realtà. Acquistavo e perdevo la consapevolezza dell'accaduto, da un momento all'altro.
    I miei singhiozzi si ripetevano con la stessa cadenza degli abbracci alle persone che avevo accanto.
    A intervalli irregolari. Come irregolari erano e sono le mie emozioni. I miei ricordi.
    Un viaggio lungo, estenuante. A livello fisico e psicologico.
    Il buio fitto di stamattina mi ha messo paura. Le luci dei lampioni erano ancora spente. E la nebbia toccava terra.
    Sentivo i miei passi avanzare. Ne avvertivo la consapevolezza solo attraverso il luccichio delle scarpe di vernice.
    Ma con il cuore in gola proseguivo.
    La stessa paura l'ho avvertita poco fa, non appena rientrata.
    Ho chiuso la porta e mi sono stesa sul letto. E ho avuto paura di non riuscire a capire niente di quello che avevo vissuto.
    Paura di non riuscire ad essere accettata. Per quello che sentivo, per quello che non ero in grado di sentire.
    Nonostante ciò, davo forza a distanza a chi avevo lasciato da poco. Con un secco 'ciao', con un bacio, con uno sguardo che non aveva bisogno di alcuna interpretazione.
    Davo forza e mi davo forza ripetendo che ''Dedicare attenzione a ciò che resta, non significa lasciare fuori le emozioni e non renderci conto di ciò che abbiamo perso. Dobbiamo imparare a 'distaccarci' dagli eventi, pur rimanendo legati alle persone. Ci servirà a farci meno male. Siamo persone per le quali vivere vuol dire avere la consapevolezza di esserci. E noi ci siamo, con le nostra lacrime e con le nostre paure. Tenerci per mano può solo aiutarci ad essere più forti insieme''.
    Un forte abbraccio a chi di dovere.
    Un grazie di cuore a lei, carissimo.
     

    Arrivederci carissimo

     

    Le due domande più difficili a cui un bravo giornalista deve cercare di rispondere sono Come e Perché.

    Il professor Baldini lo ribadiva sempre, durante le sue lezioni.

    In una delle dispense, ancora incomplete e inedite, che ci aveva assegnato per prepararci al nostro secondo esame con lui, si legge che “spiegare il perché è tra le due la cosa più facile, e ciò per motivi logici. Spiegare il perché vuol dire trovare la causa di un evento. E le cause di un evento sono tali in riferimento a delle leggi. Quindi, se si conoscono le leggi, il perché appare subito chiaro”.

    In questa circostanza, professore, ci duole di doverla contraddire. C’è un inciso di troppo. Un “se” che non può essere soddisfatto. Sono proprio le leggi che ci mancano, per poter rispondere a una domanda simile.
    Neppure il come è facile da affrontare. Anche in questo caso, nella nostra posizione, sarebbe impossibile mantenere un atteggiamento da bravi cronisti. E’ l’evento in sé che non si presta ad essere raccontato secondo la regola delle 5 w.

    E’ perché siamo troppo coinvolti e non riusciremmo a separare i fatti dai commenti. Soprattutto quando i fatti, che normalmente non parlano se non sapientemente interrogati, sono così brutali e disarmanti da non concedere la posizione di alcuna domanda.
    C’è poco da chiedere. C’è molto che avremmo voluto chiederle ancora.
    Continuiamo a trovare estremamente difficile salutarla.

    Lei non gradiva gli aggettivi, proibiva gli avverbi e amava gli aforismi. Diffidava persino dei necrologi, i pezzi di giornalismo più oggettivi fra tutti, almeno in teoria. Bastava poco – diceva - per romanzare anche il più scarno dei fatti. E’ per questo che ogni frase di commiato, come abbiamo già scritto nei giorni scorsi, sarà sempre troppo lunga e troppo vuota, per una persona che sapeva dire esattamente quello che doveva dire con le parole adatte, nel giusto numero e con il giusto tono. Lei diceva sempre che possedere la parola permette di avere un rapporto diverso con il mondo e con sé stessi. Che più parole si possiedono, più cose si vedono. Che chi ha molte parole può guardare la realtà negli occhi. Guardarla negli occhi adesso è più difficile, più triste.
    Ci spronava sempre, parlando di semiotica della moda e della pubblicità, a vedere sempre oltre l’abito, oltre la confezione. Anche queste cose parlano, ma spesso mentono, a volte esagerano. Comunque dicono sempre cose secondarie. E’ altra, la comunicazione che conta. Anche lei ci scherzava su, definendo la sua uniforme “ministeriale”, “tra il grigio e lo stanco”, “a bassa semanticità”. La indossava con consapevolezza, quella di ricoprire un ruolo autorevole. Ma nel suo caso non era necessario chiedersi cosa ci fosse oltre l’abito. Nulla riusciva a mascherare la sua ricchezza interiore. Traspariva da ogni pensiero che esprimesse. Era palese quanto lei fosse speciale. Era una guida per tutti noi. Per questo adesso ci sentiamo persi, soprattutto noi studenti di Scienze della Comunicazione.

    Nel suo distinto riserbo, amatissimo professore, non avrebbe tollerato cedimenti da parte nostra. Ma avrebbe senz’altro capito il nostro stato d'animo. Poi ci avrebbe insegnato come trasformarlo in qualcosa di buono, indicandoci come proseguire. Stavolta tocca a noi da soli tirare le fila del discorso. Ed è tremendo e surreale non poter più contare sulle sue preziose correzioni, dovendo assumerci la responsabilità di tutti gli avverbi e gli aggettivi usati, correndo il rischio di non renderla fiero di noi. Da parte nostra non possiamo non dirci fieri ed orgogliosi di averla conosciuta. E' stato un privilegio poter percorrere un tratto di strada al suo fianco, con la voglia di imparare, di credere nelle nostre capacità, nei nostri sogni. La ringraziamo per averci reso persone migliori. Per averci insegnato ad osservare il mondo con occhi diversi, con l'aiuto di quel bagaglio metodologico che lei amava chiamare la cassetta degli attrezzi, del quale cercheremo di fare buon uso. Grazie per aver lasciato un'impronta nella nostra vita.

    Tanto l’inchiostro finora versato, un solo proposito. Cercare di dirle quanto ci mancherà. 

    Oggi la salutiamo, sconvolti e immensamente addolorati, con le stesse parole che era solito rivolgerci ogniqualvolta ci incontravamo.

    Arrivederci carissimo, stia bene. Ovunque sia.

     

    I suoi studenti

    December 12

    ''E' la vita, piccola mia''

     
    Un risveglio stranissimo.
    Sembra quasi che la notte appena trascorsa non sia stata che un'illusione.
    Un chiudere gli occhi per poi riaprirli un attimo dopo.
    Con addosso la stessa sensazione di vuoto. D'inutilità. D'impotenza.
    E anche se le tante pagine scritte con questo 'finto inchiostro' potrebbero apparire senza senso, banali e ridondanti..
    .. non importa.
    Ne avverto il bisogno. Servono a comunicare a me stessa ciò che sento.
    E' rileggendomi che riesco a scavare dentro di me.
    A gettare una luce in quell'angolo buio che nessuno ha mai raggiunto.
    E' da lì che in questo istante hanno origine i miei 'battiti' frenetici; è da lì che sento salire l'emozione in gola. 
    Le persone a me vicine hanno bisogno di sentirmi spesso. Di chiamarmi ed accertarsi che io stia bene.
    Quasi come fosse venuto a mancare un amico, un familiare.
    Può sembrare eccessivo. Forse lo è. E me ne rendo conto.
    Ma involontariamente, senza che chiedessi nulla, si è creata una strana atmosfera attorno a me.
    E il fatto di essere così lontana da chi può capirmi veramente, mi pesa troppo.
    Così come mi pesa la mancanza di un affetto vero, che da troppo tempo ricerco. Inutilmente.
    Mi pesa non avere accanto una persona che possa stringermi forte a sè. Qualcuno con cui poter condividere faccia a faccia le mie lacrime e le mie emozioni, sentendomi capita e non giudicata.
    E' questa la solitudine paradossale che scaturisce da un mondo sempre più interconnesso e globale.
    Il gioco presenza-assenza non adeguatamente regolato.
    Sono questi gli eccessi di una quotidianità frenetica, che all'improvviso si trasforma in logorante silenzio.
    Ed io mi accorgo di non essere in grado di riempirlo. Non da sola.
    Questa consapevolezza lascia in subbuglio i miei pensieri, mette a nudo le mie paure.. e le riesamina, alla luce degli eventi appena accaduti.
    Ripenso a ieri. Alle mille sensazioni avvertite durante la giornata. Ai tanti volti incontrati. Alle tante parole dette e ascoltate.
    E mi convinco di essere dentro ad un gigantesco paradosso, fatto di muri altissimi ed insormontabili.
    Dentro di me si sono fatte strada convinzioni inaspettate. Mi sono giunti messaggi chiari, che non esiterò a rileggere ed interpretare. Per poi trarne le conclusioni più opportune.
    Sono questi i piccoli dettagli che vanno ad arricchire il quadro delle emozioni provate.
    Si inseriscono in contesti diversi, eppure si miscelano in modo inaspettato dentro di me.
    Un evento doloroso si trasforma nella chiave di lettura di altri eventi.
    E diventa per me il filo conduttore di una storia, che è la mia storia.
    Mi dà la forza di aprire mille porte e chiuderne altre mille alle mie spalle.
    Colma vuoti, fa riaffiorare ricordi, alimenta piccole speranze.
    E uccide con forza finte illusioni, mettendomi di fronte alla realtà. Dandomi modo di guardarla negli occhi, senza più scappare.
    Mi sto anche allontanando troppo dai pensieri che avrei voluto immortalare.
    Ma si è rovesciata dentro di me una 'cascata di conseguenze'.. che non sono stata in grado di tenere a bada.
    Per qualcuno dovrei imparare a farlo. Sono moniti che mi sento rivolgere fin da piccolissima.
    Altri mi invitano semplicemente a riflettere. E a farlo con dignità, con trasparenza.
    Dalle loro labbra anche le parole più banali acquistano un significato..
    E in lontananza mi accarezzano, regalandomi quel forte abbraccio di cui avverto l'esigenza.
    ''E' la vita, piccola mia.''
     
     
     
     
     
    December 11

    ..mi mancherà

     
    Mi guardo intorno. Cerco inutilmente di scorgere i confini del 'micromondo' in cui sono precipitata.
    E voglio convincermi del fatto che tali confini non esistano, che non sia possibile oltrepassarli.
    Rinchiusa in una palla di vetro. Ecco come mi sento.
    Si, in una palla di vetro. Una di quelle con la neve pronta a venir giù non appena capovolta.
    Lì dentro il tempo non esiste. Tutto è perfettamente immobile, tolta qualche nevicata improvvisa.
    E la neve stessa, anche quella è indicativa. Un perenne inverno. All'interno di quelle fragili pareti le stagioni non si susseguono.
    Non c'è un punto di partenza. Non c'è nessun traguardo da raggiungere.
    Solo una ciclicità spossante. Neve che cade e si posa a terra. Per poi ricadere e riposarsi.
    Un luogo immacolato e perfetto. Niente potrebbe scalfire il suo equilibrio, violare la sua quiete.
    E' paradossale. Eppure è lì dentro che mi sono rinchiusa, ormai da un pò.
    Il tempo si è fermato. La pioggia (e non la neve) ha fatto da sfondo a questa interminabile giornata.
    Piena zeppa di 'perchè' che non riuscirò a colmare. Almeno non adesso.
    Sono nel luogo immacolato e perfetto appena descritto. Nulla può toccarmi. Nulla può farmi male.
    O almeno è questo che avverto. E' questo ciò di cui mi convinco, cercando di allontanare lo sguardo dalle pareti di vetro che mi isolano dal mondo. Cercando di tener lontana dalla mia mente anche l'eco più lontana di un'idea, di una realtà.. che so già di non essere in grado di accettare.
    Protetta. Difesa da assordanti pensieri che chiedono insistentemente di entrare. Dentro di me. E prima ancora nel 'micromondo' che mi ha accolta. O meglio, che io da sola ho costruito.
    Ho avuto paura delle mie reazioni.
    Ho pianto. Ma subito dopo me ne sono pentita.
    Mi sono sorpresa di me stessa.
    E vergognata delle lacrime appena versate.
    Non avevano un senso, se collegate al fatto che sentivo di essere di fronte ad una gigantesca messa in scena.
    Il mondo cercava di prendersi gioco di me. Ed io non avevo intenzione di cadere nella trappola tesa con così tanta audacia da sembrare vera. Così non ho potuto fare altro che barricarmi dietro le mie emozioni. Dietro quelle pareti che mi sono sembrate l'unico rifugio pronto ad accogliermi. Di lì ho guardato e guardo il mondo circostante, ma senza essere sfiorata dal minimo alito di vento. Uscirò allo scoperto solo quando tutti avranno smesso di giocare.
    Il tempo sembra fermo. Ma dentro di me qualcosa inizia a muoversi.
    Il gioco persiste. E temo che, presto o tardi, sarò io a dovermi arrendere. A dover oltrepassare quei labili confini.
    Un pugno secco. E le pareti si frantumeranno.
    Rivedrò la vera luce. Non avrò più scuse.
    E forse sarò finalmente consapevole di tutto.
    Ad essere sincera, non so bene qual è la consapevolezza che ancora mi ostino a ricercare.
    Probabilmente è già dentro di me. Nascosta in un angolo. Camuffata da un singhiozzo che si sforza di non esplodere.
    Probabilmente sì, se mi accorgo che qualcosa che mi manca c'è già.
    Una persona. La sua presenza nella mia vita accademica.
    Il suo 'esserci', dato ormai per scontato..vista l'importanza che rivestiva.
    Tra l'incredulità e lo spavento, la rabbia e il disappunto, a poco a poco 'realizzo' di aver perso qualcosa di importante.
    Un punto di riferimento. Il 'pilastro' che teneva in piedi un mondo. E che sorreggeva me, dando vigore ai miei sogni.
    Ho perso un maestro di vita. E ho perso il suo sguardo. Che però non svanirà nei miei ricordi.
    Dentro di me non scomparirà l'immagine dei suoi occhi lucidi, brillanti.. che mi osservavano sorridere e annuire.
    E' con quegli stessi occhi che vorrei imparare, un giorno, a guardare la vita.
    Grazie di tutto Professor Baldini..
    ..mi mancherà
     
     
     
     
     
    December 06

    In meglio

     
    Forse sarà il tempo a distorcere le percezioni.
    Ma ai suoi occhi io sono cambiata. In meglio.

    Grazie davvero.

     
    Appena tornata a casa.
    In realtà appena tornata da un'uscita dacisa al volo.
    Visto l'orario devo precisare che l'effettivo rientro è avvenuto un pò prima.
    Altrimenti Trenitalia dovrebbe chiudere sul serio!
    Dopo finte scuse e inutili lamentele (inutili, perchè poi decido sempre io) Vito mi ha 'gentilmente' riaccompagnata a casa.
    La sua 500 è tornata come nuova. Ma stasera temevo potesse fare il 'bis'. La strada era bagnatissima e il suo andamento alquanto veloce! Ma vabbè..
    Una bella serata. Una pizza con Ire e una lunghissima chiacchierata.
    Tante novità nelle nostre vite. Poco tempo fino ad oggi per parlarne.
    E così questa sera si è trasformata nel momento in cui dover 'recuperare' il tempo perso. In parte ci siamo riuscite, ma temo sarà necessaria anche una 'prossima puntata'. Più che altro per conoscere i 'suoi' risvolti. Ed io spero che possano essere positivi. Sono davvero incuriosita.
    Era già un pò tardi quando abbiamo raggiunto gli altri al bar. E i miei 'litigi' con Vito non sono mancati.
    Ad essere sincera, mi mancavano troppo anche quelli! Era da troppo che non tornavo qui.
    Eppure loro sono sempre gli stessi.
    Li definirei 'i miei punti fermi' che, in modi diversi, mi accolgono ogni volta come pochi sanno fare.
    E vogliono sapere di me, della mia vita. Mi ascoltano, consigliano, capiscono. Senza giudicare. Nè me,nè altri.
    Agiscono con coerenza. Con l'attenzione puntata su di me, su ciò che sento. Con l'interesse di vedermi stare bene.
    E li amo per la loro semplicità. Per la loro allegria e le loro risate.
    Perchè mi permettono di entrare ed uscire da un mondo che non si stanca di spalancarmi le braccia, anche a distanza di tempo.
    Per tutto questo grazie. Grazie davvero.
     
     
    December 03

    Il caffè del Signor Proust

     
    Un personaggio che avevo conosciuto solo attraverso 'frammenti' delle sue opere.
    E che stasera ho avuto modo di scoprire appieno.
    Nelle sue abitudini. Nei suoi gesti scanditi e programmati. Nei suoi modi di fare.
    Nel suo essere semplicemente 'il Signor Proust.. négligé, in vestaglia e senza barba'.
    E' proprio così che si è presentato per la prima volta agli occhi di una persona che, col tempo, sarebbe divenuta per lui indispensabile.
    Céleste Abaret, la sua governante devota. E' stata lei a decidere di rompere il silenzio.
    A distanza di anni ha permesso a tutti di 'fare un salto' in casa Proust, di penetrare nella quotidianità di un uomo come pochi.
    Ed io, quella quotidianità, l'ho come avvertita sulla mia pelle. Ascoltavo le descrizioni di chi faceva rivivere ogni attimo, ogni particolare vissuto. Portava alla luce piccoli momenti che si dilatavano nel tempo, e abbracciavano l'arco intero di una vita.
    Una vita vissuta stando rinchiuso nel 'suo tempo', fatto non di ore o di minuti.. ma semplicemente di 'cose da fare'.
    Una stanza dalle pareti in sughero. Era lì che trascorreva le sue giornate, in un 'enorme tappo'. Isolato dal mondo.
    Isolato dalla luce del giorno. Lunghe tende blu impedivano al sole di riscaldare l'ambiente, di penetrare nella sua stanza.
    Preferiva la notte il Signor Proust, la prigionia della luce elettrica.
    E amava il caffè, il buon caffè. Andava preparato con cura. Ogni passaggio assumeva una cruciale importanza.
    Non c'era un'ora precisa in cui decideva di volerlo bere. Spesso posticipava l'ora programmata e il suo 'campanello' tardava a suonare, costringendo Céleste a ricominciare daccapo l'impegnativa operazione.
    Il lungo monologo ha rapito la mia attenzione. Mi ha incuriosita ad ogni minuto. Ha richiamato alla mia mente cose già sentite, che ho però avuto modo di guardare con occhi diversi. Di collocare al posto giusto, arricchendo di particolari un quadro sfumato. E nonostante tutto già ricco di significati.
    Si è mossa in me la stessa 'mémoire involontaire' che lui faceva rivivere attraverso le sue opere. A partire dalla 'petite madelaine' largamente conosciuta, che Céleste ci ha gentilmente offerto, insieme ad una tazza di caffè.
    Mi sono sentita a mio agio, a casa del Signor Proust. Quel vagare da una stanza all'altra era un 'intrufolarmi' nella sua vita, un venire a conoscenza dei suoi piccoli e grandi segreti. Della sua corsa contro il tempo per terminare la Recherche.
    7 volumi di un'esistenza breve ma intensa.
    Ha rinunciato a pillole e iniezioni. Non è sceso a compromessi per poter vivere dieci minuti o mezza giornata in più.
    Ma di fronte alla morte, si è come 'aggrappato' alla vita. Tirando a sè i suoi scritti, il costante obiettivo dei suoi giorni.
    E ha lasciato ricrescere la barba, nei suoi ultimi giorni.
    Quasi a chiusura di un 'cerchio' che si era aperto nel momento in cui, Céleste aveva fatto ingresso nella sua vita.
    Ho mille emozioni dentro. Per la prima volta, dopo tanto tempo, sono emozioni legate a qualcosa di mio soltanto.
    Vissuto e rivissuto con forza. Amplificato dal tempo e dagli eventi. Ma stasera venuto alla luce in un modo del tutto nuovo.
    Sono emozioni forti e stranissime. Legate a immagini fugaci, a sguardi ravvicinati, a sorrisi spontanei.
    Legate a ricordi, nitidi e precisi. Ed è in particolare un profumo quello che ancora mi sembra di sentire in questo istante.
    Un effetto scenico, un espediente teatrale. Di qualsiasi cosa si tratti, è ora per me quasi il 'collante' dell'intera storia.  Ha accompagnato ogni passaggio, scandito il tempo. Mi ha colpito a tal punto da farmi sentire parte della storia, pur non essendo nessuno. Ogniqualvolta ne avvertivo la presenza, mi accorgevo di essere sempre più 'dentro' l'atmosfera di quelle finte mura domestiche, che sono però riuscite a comunicare e trasmettere tanto.
     
    À toute à l'heure Céleste..
    .. merci beaucoup Monsieur Proust
    December 01

    Niente caffè dal signor Proust

     
    Il mancato ingresso al teatro, ieri, è stato un duro colpo per le mie 'finanze'!
    Il Signor Proust non ci ha accolte a casa sua per un caffè..
    ..e allora abbiamo percorso in lungo e in largo le strade del centro.
    Anche se, ad un certo punto, ho chiesto con insistenza di ritornare a casa.
    Per la stanchezza.. e per non cedere alle tentazioni delle vetrine addobbate a festa.
    E forse anche perchè non ero pronta ad una serata di shopping frenetico..
    Mi ero preparata all'atmosfera del teatro e speravo di poter finalmente assistere ad uno spettacolo atteso da tempo.
    Ci rifaremo martedì, almeno spero.
    (E dovrò anche ricordarmi di ringraziare la signora che ha cercato di mettere 'una buona parola' per noi ieri sera, senza successo).